Da anni soffro di una strana sindrome: il voyeurismo per gli spazi lavorativi altrui.

Partiamo da John #Baldessari.

​Siamo iconograficamente circondati da studi creativi perfetti: scrivanie minimaliste, superfici asettiche, pareti bianche. Spazi disegnati spesso per appagare l’ego estetico di chi li arreda.


​Poi guardi il quartier generale di uno dei giganti dell’arte concettuale del Novecento.

Tubature a vista, una cucina incastrata di fianco al tavolo, montagne di libri e scartoffie ammonticchiate ovunque: a un primo sguardo sembra il trionfo del caos, ma se applichi le lenti del Progetto, scopri che quella non è confusione.
È un database a vista, un’infrastruttura cognitiva esternalizzata.

​Baldessari lavorava per associazioni inaspettate, combinazioni, montaggi.
Per un processo mentale del genere, una scrivania vuota e “pulita” non è ordine. È un ostacolo: le idee devono collidere e per farlo, i materiali devono essere tutti lì, a portata di mano.

​Lo spazio si è letteralmente piegato al processo del suo utente, ha annullato ogni attrito tra la mente dell’artista e la materia.

​Il design di un luogo non si misura da quanto è fotografabile, si misura dalla sua capacità di sostenere la funzione di chi lo abita.

​Perché – prima regola del Funzionalismo Strategico – La forma non si inventa, si deduce.

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